TORNA L'EUROPA DEI PREGIUDIZI

Pubblicato il da inglesesenzasforzo.over-blog.it

"Uniti nella diversità": il motto dell'Ue doveva descrivere la ricchezza e la varietà del continente. Ma con la crisi gli europei sembrano aver ritrovato i loro vecchi antagonismi.
Di Richard Swartz

 

Gli italiani e gli spagnoli sono pigri e poco affidabili, i greci sono furbi. Di norvegesi e danesi meglio non parlarne neanche. Quando ero giovane, pregiudizi del genere servivano a definire una nazionalità. Poi sono stati banditi, ma ecco che paradossalmente sembrano tornare di prepotenza in Europa.

Il merito è della situazione economica nell'Europa meridionale. E questo "merito" non è solo ironico: forse vale la pena ricordare agli europei che continuano a disinteressarsi gli uni degli altri, che sono rimasti degli stranieri, nonostante i decenni di grandi discorsi e di professioni di fede nei confronti di una comunità europea della quale facciamo fatica a dichiararci – emotivamente e razionalmente – convinti sostenitori.

La diversità europea può anche essere pittoresca, ma se si mette in evidenza quello che ci distingue e non quello che ci unisce, la situazione può degenerare. Le due guerre mondiali che hanno segnato l'Europa ne sono una prova più che sufficiente. Una volta tornata la pace, si è messo l'accento su punti di contatto. L'Europa è stata messa in primo piano a spese degli stati nazione, e dotata di un obiettivo operativo: non arrivare mai più alla guerra.

Questo obiettivo semplice e trasparente ha funzionato così bene e a lungo che oggi i giovani europei alzano le spalle al pensiero: per loro la pace è qualcosa di naturale. La guerra la vedono in televisione e l'immaginano lontana. Neanche i conflitti che hanno infiammato i Balcani nel ventesimo secolo sembrano aver scosso la loro convinzione che la guerra sia una cosa che succede "laggiù" e non "qui". Tuttavia, la pace è l'unico ideale che l'Europa è riuscita a trovare.

Prendere l'aereo a prezzo ridotto, telefonare a tariffe più basse, evitare le file d'attesa ai valichi di frontiera, studiare o avviare un'attività commerciale all'estero più facilmente, mangiare la pizza nel nord della Svezia e il salmone in Sicilia sono tutti grandi progressi che possono essere attribuiti alla cooperazione europea. Ma non bastano a dare agli svedesi o ai siciliani una vera identità europea.

Serve una nuova catastrofe?
La caduta del comunismo e l'allargamento a est avrebbero potuto dare all'Europa un nuovo obiettivo operativo. Poteva essere un'occasione storica. Più di 100 milioni di europei avrebbero avuto la possibilità di vivere in un'Europa fondata su dei principi democratici. Ma se questa comunità non appare loro come un'evidenza, o come un oggetto di desiderio (da cui il comunismo la ha esclusa come una semplice parentesi), allora vuol dire che la situazione è veramente difficile.

Oggi mi sembra che ci disinteressiamo degli europei dell'est così come ci siamo sempre disinteressati degli europei del sud, e viceversa. Oggi gli europei dell'ovest associano probabilmente questo allargamento a est più alla corruzione e alla criminalità che a un'opportunità. Quello che è certo è che gli europei di oggi sono meno attaccati alla pace degli europei di ieri. Così l'obiettivo fornito dall'allargamento non è né operativo né unificante per l'Europa. Ma allora, con cosa sostituirlo?

Come tutti sanno, la guerra è la madre di tutto: l'Europa che conosciamo è nata da una catastrofe, ed è questa la ragione per cui la pace era l'unico obiettivo possibile. Forse ci vorrà una nuova catastrofe per potere nuovamente definire un obiettivo comune. Questo significherebbe però accettare la situazione attuale come fosse la normalità: un'Europa profondamente divisa e chiusa in sé stessa, che si è riunita solo per necessità - e chissà per quanto ancora - e alla quale le élite politiche, più impaurite che determinate, hanno dichiarato il loro attaccamento, mentre ai cittadini ispira una grande indifferenza.

Così un greco rimane un greco, cioè un ladro; un tedesco è un tedesco, cioè un nazista e un criminale di guerra; e uno svedese è un autista marginale, che sa tutto meglio di chiunque altro. Sotto una vernice europea sempre più screpolata – un'Europa dotata di bandiera e di inno – tutte le nostre singolarità, differenze e particolarità storiche sembrano inalterate. E poiché nessuno si è preoccupa di sottoporle al filtro dell'analisi, rischiano di riprendere la forma del pregiudizio. Ed ecco dove ci troviamo oggi: dopo qualche notte greca senza stelle, i bei discorsi hanno lasciato il posto al sarcasmo.

 

Versione inglese: Disunited in stereotypes

The Italians and the Spanish are lazy and unreliable. The Greeks are confidence tricksters. As for the Norwegian and the Danes, the less said about them the better. When I was young, nationalities were casually defined with appraisals like these, which, over the last few decades, had all but died out, or at least were no longer considered to be socially acceptable — that is, until now. And there is no denying the overwhelming historical irony of the resurgence of judgements of this kind, which are back with a vengeance in Europe.

Of course, we have the economic crisis in southern Europe to thank for the fact that they have re-emerged. And perhaps we really should be grateful for a reminder of the fragility of the good will between Europeans, who continue to look on each other as foreigners, in spite of decades of repeated professions of faith in the European community, which have failed to inspire any semblance of earnest emotional or cerebral conviction.

War happens in other places
The acknowledgement of a rewardingly colourful European diversity is all well and good, but if we divert our attention from the common causes that bind us together and instead harp on about the traits that supposedly distinguish one nation from another, we may succeed in resurrecting a mentality that will be as dangerous in the future as it has been in the past. For proof of this, you only have to consider the two world wars that Europe has endured. In the aftermath of these conflicts, we decided to focus on commonality rather than difference. Europe, which was to take precedence over nation states, was given the practical goal of ending all wars.

Our success in achieving this simple and transparent objective has been such that the young Europeans of today are largely unimpressed when it is mentioned: in their view, peace is no longer an issue. War is something that occurs in faraway places to be watched on TV. Even the conflict that exploded in the Balkans at the end of the twentieth century was unable to undermine their conviction that war is something that happens in other places, but not here.

Enlargement doesn't inspire Europeans
However, the problem with all of this — and it is a real dilemma for Europe — is that we have never managed to define another ideal for Europe apart from this goal of peace. Low-cost flights and telephone calls, borders without checkpoints, the relative ease with which we can study or work abroad, or order pizza in northern Sweden and salmon in Sicily: all of these have their merits, and to a large extent they can be said to have resulted from European cooperation. But these phenomena do nothing to provide Swedes in Norrland or Sicilians with a sense of being European that accompanies their local identity.

The fall of communism and enlargement to the East had the potential to offer Europe a new practical goal. More than 100 million people were to become part of a Europe founded on democratic principles. But can we really say that this historic opportunity overcame popular indifference to Europe, or that the contrast with communism made Europe appear more desirable? Unfortunately, I do not believe we can, and it is for this reason that the European project is clearly struggling.

Perhaps we have to wait for fresh catastrophe
Today we look on Eastern Europe with the same disregard that we have always had for Southern Europe. And the converse is also true. Western Europeans overlook the positive aspects of enlargement to the East, which they tend to view as an initiative that paved the way for corruption and crime. And even if this is not always the case, there is no doubt that the cause of enlargement has not inspired today's Europeans to the extent that the previous generation were inspired by the cause of peace. It is on this basis that the goal of enlargement cannot be said to be a practical unifying force for Europe. But what have we got to replace it?

War and the necessity that it engenders is the mother of invention. The Europe that we know today emerged from a catastrophic situation, and it was for this reason that peace was the only possible objective. Perhaps we will have to wait for fresh catastrophe to focus our attention on a new shared objective. If this is the case, there is nothing unusual about the current situation. Prompted by necessity Europe, which is by nature fragmented and conflictual aspired to the goal of unity touted by political elites motivated by the fear of past errors rather than a vision for the future. But the question is how long can this goal, which is apparently a matter of indifference to most of us, continue to hold sway?

Will Germans always be Nazis?
So let's not forget that a Greek will always be a Greek — in other words a thief. Germans will always be Germans — that is to say, the Nazi perpetrators of war crimes — while Swedes will remain a marginal group of borderline autistic know-it-alls who stoop to give advice to everyone. The cracks that are beginning to appear in the carefully varnished vision of Europe with its own flag and anthem, are a testament to all of the singularities, differences and historical distinctions, which have persisted in spite of the European project. And as no one has taken the time to filter and analyse these notions, they have the potential to re-emerge as unshakable prejudice in the minds of European populations.

In a word, this is where we are. A few starless nights over Greece have been sufficient to put an end to ambitious world-building speeches on Europe, which have now been replaced by a dialogue that is altogether more sarcastic in tone. ( Fonte: " Dagens Nyheter" - presseurop.eu)