I SEGRETI DI FRANCOFORTE

Pubblicato il da inglesesenzasforzo.over-blog.it

L'Unione si appresta a varare il meccanismo di protezione per i paesi più deboli della zona euro. Ma la mancanza di trasparenza che circonda le sue istituzioni finanziarie non è ancora stata risolta.

Di Wolfgang Münchau

 
È possibile che l’Unione Europea questa settimana faccia qualcosa di giusto: i ministri delle finanze potrebbero raggiungere un pieno accordo sui dettagli del meccanismo che dovrebbe proteggere i membri più vulnerabili della zona euro.

L’incertezza sulla portata di questo dispositivo speciale ha contribuito la settimana scorsa a mettere in subbuglio i mercati delle capitali europee. Altra fonte di instabilità sono state le notizie riportate dai media tedeschi, secondo i quali le banche francesi stavano per rifilare alla Banca Centrale Europea ingenti patrimoni in bond greci. Non si sono trovate conferme attendibili, ma neppure smentite, e di conseguenza il sospetto ha continuato ad aleggiare, rallentando il funzionamento dei mercati per parecchi giorni.

La prima causa del moltiplicarsi degli spread dei bond sovrani è stata quindi una mancanza di comunicazione. I mercati non sarebbero andati nel panico se la Bce avesse fornito qualche informazione dettagliata sugli acquisti delle obbligazioni, o se i ministri delle finanze dell’Ue avessero comunicato con chiarezza quali elementi del dispositivo di intervento avevano approvato e quali no. In assenza di ulteriori dettagli la gente pensa sempre al peggio, e così è avvenuto anche la settimana scorsa.

La trasparenza non è una di quelle cose in cui l’Ue e la Bce in particolare eccellono. È invece giunta l’ora che la Bce ci dica con chiarezza che cosa acquista e come intendono votare i suoi membri. Secondo le informazioni in mio possesso, soltanto il presidente della Bundesbank Axel Weber ha votato contro il programma di acquisto dei bond da parte della Bce. In ogni caso, non è stato l’unico a sollevare dubbi e interrogativi durante le discussioni. Ho sentito anche altri riferire, in modo meno attendibile, di diverse modalità di voto. Chi ha ragione, dunque? Il nocciolo della questione, però, è che non dovremmo porci simili interrogativi.

Esistono molte valide ragioni per auspicare una maggiore trasparenza, requisito fondamentale per risolvere una crisi di enorme portata come quella attuale. La Bce ha avuto la sua bella crisi, per ora, ma tenere per sé informazioni importanti è da irresponsabili ed è teoricamente anche molto pericoloso. Il dibattito sulla trasparenza non è nuovo: ricordo di averne già scritto nel 1998. Da molti anni gli osservatori affermano che il patto di crescita e stabilità che governa i membri della zona euro non resisterebbe neppure a una tempesta di media entità, che le sanzioni non assolvono al loro scopo, che ci servono sistemi adeguati di gestione della crisi, che abbiamo bisogno di criteri diversi per l’ingresso nella zona euro e che è fondamentale che ci sia grande trasparenza da parte della banca centrale. Ma nulla di tutto ciò si è mai concretizzato.

Occasioni perdute
La Bce ha cercato di bloccare sul nascere qualsiasi dibattito sulla trasparenza, affermando che avrebbe esposto i membri del consiglio a indebite pressioni in patria. Gli osservatori della Bce si sono quindi trasformati in cremlinologi, e hanno cercato di fare costantemente supposizioni su ciò che la Bce pensava, più che su ciò che essa diceva. Si è parlato di teorie, complotti e cospirazioni. E quando la crisi finalmente è arrivata, l’eccesso di riserbo ha dato adito a ipotesi velenose, che a loro volta hanno esacerbato i problemi.

L’Ue ha sprecato la grande occasione di dare una risposta a tutti questi problemi nel 2003, durante la convenzione costituzionale che ha portato alla stesura del trattato di Lisbona. Adesso ha una seconda occasione, ma non sembra darsene pensiero: io invece metterei la trasparenza e la responsabilità della banca centrale proprio in cima all’agenda. Non sto mettendo in discussione l’indipendenza della Bce, ma questa dovrebbe essere quanto meno tenuta a pubblicare l’esito delle votazioni in occasione dei suoi meeting, senza dover identificare coloro che hanno votato. Idealmente, in realtà, dovrebbe andare fino in fondo e dare un volto a ogni voto.

All’inizio dell’unione monetaria avevo accettato l’idea che i governatori delle banche nazionali avrebbero potuto essere messi sotto pressione votando nell’interesse dei loro paesi. Ma a distanza di dieci anni tale tesi è difficile da sostenere. Se così fosse potremmo benissimo chiudere i battenti.

Anne Sibert, docente di economia al Birkbeck College di Londra e membro esterno della commissione sulla politica monetaria della Banca Centrale d’Islanda, afferma che esisterebbero due tipi di responsabilità, quella formale e quella sostanziale. La seconda prevede la possibilità di una sanzione qualora si fallisca nel perseguirne lo scopo. La Bce non è neppure tenuta a rispondere del proprio operato.

Scrive Sibert: "Perché vi sia più responsabilità formale, la Bce deve essere trasparente. In altri termini, deve informare i cittadini dell’Ue sulle sue iniziative, sulle sue decisioni e soprattutto spiegare come le ha prese. Purtroppo, invece, la Bce – notoriamente non trasparente nel modo di gestire la politica monetaria – si sta dimostrando ancor meno trasparente nel ruolo di stabilizzatore finanziario". Nel caso dell’acquisto di bond, quando la Bce diventa un attore semi-fiscale, l’opinione pubblica ha il diritto di essere informata non soltanto su quanti, ma anche su quali bond ha acquistato la Bce.

Il problema della mancanza di trasparenza non è limitato alla Bce: vale anche a Bruxelles. Il dibattito sulla governance, sotto la leadership diel presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, è tanto segreto quanto un meeting del consiglio della Bce. Tutta questa segretezza, tutto questo riserbo, dà adito a una ridda di ipotesi, che ha come risultato quello di innescare smentite e dinieghi, e di conseguenza di spegnere sul nascere un vero dibattito. La mia impressione è che gli attuali colloqui a Bruxelles e Francoforte siano primariamente incentrati su Bruxelles e Francoforte, e non su come trovare soluzioni sostenibili. Per quelle sarà necessaria una crisi molto, molto più grave. E probabilmente l’avremo.

 

Versione inglese: Frankfurt’s shroud of secrecy should be shed

There is a more than even chance that the European Union will get something right this week. I expect finance ministers to reach a sensible agreement on the outstanding details of the special purpose vehicle that is to provide a protective shield for the weaker eurozone members.

Uncertainty over the scope of the SPV contributed to last week’s turmoil in European capital markets. Another source of instability were German media reports suggesting French banks were dumping large holdings of Greek bonds on to the European Central Bank. There was no hard evidence to support it, but there were no hard denials either, as a result of which this suspicion rattled markets for several days.

The underlying cause of last week’s rise in sovereign bond spreads was thus lousy communication. The market panic would never have arisen if the ECB had provided details of its bond purchases, or if European finance ministers had clearly communicated which elements of the SPV had been agreed and which had not. In the absence of details, people assume the worst. Last week they did.

Transparency is not something in which the EU, and the ECB in particular, excel. It is about time the ECB told us very clearly what it buys and how its members vote. According to my information, only Axel Weber, president of the Bundesbank, formally raised his hand and voted against the ECB’s bond purchase programme. He was, however, not the only one to raise concerns during the discussions. I have also heard other accounts, less credible, claiming a different voting pattern. So who is right? The main point is that we should not have to make such guesses.

There are many good reasons for greater transparency. It is a prerequisite to the resolution of a wide-ranging crisis such as this. The ECB has had a good crisis so far, but withholding important information is irresponsible and potentially dangerous.

The discussion about transparency is not new. I recall writing about it in 1998. For many years, observers have been saying that the stability and growth pact that governs eurozone membership would not withstand an even medium-strength storm; that sanctions do not work; that we need proper systems of crisis management; that we need different eurozone accession criteria; and that we need central bank transparency. They got nowhere on any of these points. The ECB tried to nip any debate on transparency in the bud – claiming it would expose its council members to undue pressure at home. ECB observers thus became Kremlinologists, constantly speculating on what the ECB was thinking, as opposed to what it was saying. Conspiracy theories came and went. And when the crisis took hold, secrecy gave rise to toxic speculation, which in turn has reinforced the problems.

The EU missed a big chance to address all these problems in 2003, during the constitutional convention that ultimately gave rise to the Lisbon treaty. It has another chance now, but I am not holding my breath. I would place transparency and central bank accountability right at the top of the governance to-do list. I am not questioning the ECB’s independence. But the ECB should at the very least be forced to publish the votes of its meetings without having to identify the members. Ideally, they should go further and fully identify the votes.

I used to accept the argument at the beginning of monetary union that national central bank governors might come under pressure to vote in their countries’ interest. But the argument is difficult to uphold a decade later. If that were still the case, we might as well shut the whole thing down.

Anne Sibert, a professor of economics at Birkbeck College, London, and an external member of the monetary policy committee of the Central Bank of Iceland, makes the point in a new paper* that there are two types of accountability, formal and substantial. The latter includes the possibility of a penalty in case of failure to achieve the objective. The ECB is not even formally accountable. She writes: “For there to be formal accountability, the ECB must be transparent: that is, it must inform the citizenry of its actions and decisions and justify them. Unfortunately, the ECB – notoriously opaque in its conduct of monetary policy – is demonstrating perhaps even less transparency in its financial stability role.” In the concrete case of bond purchases, when the ECB becomes a quasi-fiscal actor, the public has a democratic right to information not only about aggregate volumes but exactly which bonds the ECB has bought.

The problem of lack of transparency is not confined to the ECB. It is present in Brussels as well. The wider governance debate, under the leadership of Herman van Rompuy, president of the European Council, is just as secret as an ECB council meeting. That secrecy, too, is giving rise to speculation, which has the effect of triggering denials and rejections, thus shutting off a genuine debate. My impression is that the current discussions in Brussels and Frankfurt are primarily about Brussels and Frankfurt, not about providing sustainable solutions.

For that to happen, we need – and probably will get – a much, much bigger crisis.

*“Accountability and the ECB”,
www.annesibert.co.uk

( Fonte: " Financial Times" - Presseurop.eu)